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giovedì 10 marzo 2011

Il colonialismo informativo contro Cuba: TV basca

parte 1

parte 2

parte 3

Menzogne, Luoghi comuni e falsità sul sistema politico di Cuba. Analisi del talk show "Pasalo" della televisione pubblica basca (Euskal telebista).
ItaliaCubaNapoli

venerdì 1 ottobre 2010

Fallito il golpe in Ecuador - parla Correa 2/2

Fallito il golpe in Ecuador - parla Correa 1/2

Colpo di stato in Ecuador: l’America latina integrazionista è più forte del golpismo

“Chi ha versato il sangue di compatrioti (nella foto il corpo di Froilán Jiménez, caduto per liberare il presidente, pianto da un commilitone) sappia che non dimenticheremo né perdoneremo”. E’ questo un passaggio non banale del discorso di Rafael Correa davanti a migliaia di sostenitori dopo 11 ore di sequestro in un ospedale della polizia e dopo essere stato liberato solo da un blitz dell’esercito. In queste parole c’è il seme dell’America latina nuova, che non abbassa più la testa e non ha più paura di processare i criminali e oggi può affrontare –non bastano certo le declamazioni ma centinaia di violatori di diritti umani e stupratori della democrazia in carcere lo testimoniano- il cancro dell’impunità.

Ma, al di là delle parole, Rafael Correa ha già vinto la propria sfida. Ha sfidato i golpisti invitandoli a sparare, ad ucciderlo se ne avevano il coraggio. Quindi, per 11 ore, i golpisti avevano preteso che il presidente umiliasse se stesso e la Costituzione dell’Ecuador accettando di trattare, barattando la sua incolumità personale con la rinuncia sostanziale a quel progetto di un nuovo Ecuador dove tutti fossero cittadini. Ma Correa non ha chinato la testa e, a quel punto, il blitz, anticipato di due ore da Giornalismo partecipativo, è apparso l’unica soluzione.

Gli avvenimenti di Quito, dopo l’ennesima settimana di demonizzazione dell’America latina integrazionista da parte dei grandi media mondiali, rimettono in maniera chiara come il sole, per chiunque sia in buona fede, le cose al loro posto. Come ha affermato nella notte il Presidente brasiliano Lula ancora una volta è stato testimoniato che non è la sinistra ad attentare alla democrazia in America latina. La sinistra, i governi integrazionisti che stanno riscattando il Continente dalla notte neoliberale, sono la democrazia in America latina. Lula stesso e domani Dilma Rousseff, Hugo Chávez, Cristina Fernández, Rafael Correa, Pepe Mujica, Evo Morales, perfino Cuba, per quanti errori possano aver compiuto e continueranno a compiere, stanno dalla parte dei popoli che vogliono riprendersi la storia, vogliono una vita più dignitosa e stanno ridando un senso a parole d’ordine in Europa dimenticate come uguaglianza e giustizia sociale.

E’ invece la destra ad attentare sempre alla democrazia in America latina, come ha dimostrato in Venezuela, in Honduras, in Ecuador con i colpi di stato e in in Bolivia col secessionismo, partendo da quello strumento goebblesiano che in tutti i paesi prende la forma del complesso mediatico commerciale.

E’ sotto gli occhi di tutti quanto è avvenuto questa settimana. I media commerciali di tutto il continente, ma anche europei ed italiani, si sono dedicati sistematicamente a demonizzare i governi democratici di Brasile e Venezuela. Il primo, con all’attivo forse il più positivo bilancio al mondo perfino in termini di crescita capitalista dal 2003 in avanti, il secondo che ha appena vinto con maggioranza assoluta le elezioni parlamentari, sono stati costantemente sotto tiro. Nel caso venezuelano la vittoria è stata ridicolamente e sistematicamente presentata come una sconfitta e una campana a morto per il governo bolivariano. Anche sull’Ecuador i disinformatori sono al lavoro: “tranquilli non è un golpe” hanno sviato tutto il giorno e anche adesso occultano evidenze, testimonianze e prove per presentare il complotto come un semplice conflitto sindacale sfuggito di mano per focosità naturale (sic) delle popolazioni andine.

Conflitto sindacale un corno! Le parole e i fatti devono avere ancora un senso, anche per chi di mestiere lavora sempre per edulcorare. Il presidente è stato malmenato, colpito con gas lacrimogeni, infine sequestrato per 11 ore in un’ospedale all’interno di una caserma, con almeno un tentativo solido di portarlo altrove, frustrato solo perché nel frattempo migliaia di cittadini avevano circondato la caserma, riproducendo per molti versi l’epopea dei giorni dell’aprile 2002 in Venezuela, quando il popolo si sollevò contro il golpe riportando Hugo Chávez a Miraflores. Il popolo pacifico che non accetta più la prepotenza è la cifra dell’America latina del XXI secolo. Anche dove la violenza infine trionfa, come è successo in Honduras, nessuno abbassa più la testa.

Ma non è solo il sequestro del presidente, che pure è la prova provata e legale dell’avvenuto colpo di stato, a testimoniare la gravità degli eventi: durante ore sono state sotto controllo golpista le due principali città del paese e i due principali aeroporti del paese sono stati chiusi. Anche in città come Cuenca e Manabi ci sono state manifestazioni di appoggio al golpe, mettendo in piazza quella massa di manovra, gli “studenti di destra”, già visti all’opera in varie parti del Continente, da Santa Cruz in Bolivia a Caracas, scesi in piazza in appoggio ad un governo civico-militare che per almeno un paio d’ore è sembrato potesse prosperare.

Altrove, invece, la strada è stata presa da civili leali alla Costituzione, in ore di tensione intensa che hanno già fatto cadere le teste del capo della Polizia e, la notizia non è ufficiale ma è stata confermata a Giornalismo partecipativo, del ministro degli Interni Gustavo Jarlkh. La televisione pubblica, altro atto gravissimo, è stata assaltata e ridotta al silenzio per oltre un’ora da elementi sicuramente riconducibili all’ex-presidente fondomonetarista Lucio Gutiérrez. Dov’è la SIP, la società interamericana della stampa (la confindustria degli editori di media latinoamericani), dov’è Reporter Senza Frontiere, così solerti a strapparsi le vesti quando un media commerciale è ricondotto al rispetto delle leggi in Bolivia o in Brasile o in Venezuela e sempre silenziosi quando la libertà di stampa dei media non omologati viene vilipesa? Per ore molti giornalisti sono stati sequestrati nella stessa caserma del presidente e almeno un cameramen è stato gravemente picchiato e la sua telecamera distrutta. Cosa importa…

All’estero la CNN ha impiegato otto ore prima di ammettere che il presidente Rafael Correa si trovasse sotto sequestro. Ammettere il sequestro voleva dire ammettere la rottura dell’ordine costituzionale e quindi il golpe in atto. Strana maniera di lavorare per un canale all-news che deve la sua fortuna al tempismo con il quale dà le notizie. El País di Madrid ha dovuto rinculare e spiegare che c’era stato un sequestro solo quando ha dovuto prendere atto del blitz per porvi fine. Vergogna per un quotidiano che con coraggio si oppose al golpe Tejero un 23 febbraio di troppi anni fa in Spagna! Fondo Monetario Internazionale, destra tradizionale, non solo personaggi come Lucio Gutiérrez ma anche il sindaco di Guayaquil Jaime Nebot erano dietro al tentativo golpista, il simbolo della destra della costa che in Ecuador viene chiamata “pelucones”, parrucconi. Inoltre si moltiplicano le informative che testimoniano come proprio la polizia nazionale ecuadoriana, individuata come punto debole nella lealtà alla Costituzione, sia stata sistematicamente infiltrata e profumatamente corrotta fin dal 2008 dai soliti noti, a partire da USAID.

Ai golpisti è andata male su tutta la linea. I presidenti latinoamericani, escludendo una volta di più Washington, hanno attraversato il continente nella notte per riunirsi a Buenos Aires e mostrarsi uniti come mai. Non facevano eccezione quelli di destra, Juan Manuel Santos, Alan García, Sebastían Piñera, contro il terzo golpe in otto anni nella regione, senta contare altri rumori di sciabole dalla Bolivia al Paraguay. Nel frattempo il governo degli Stati Uniti si limitava a “monitorare” la situazione e, solo quando è stato evidente l’isolamento dei golpisti nel paese e nel continente, è passato dal monitoraggio alla condanna. Far finta di non vedere una regia dietro questa giornata che si conclude con un bilancio di due morti e una settantina di feriti e descrivere gli avvenimenti di Quito come casuali e spontanei è un cosciente atto di disinformazione. Altro che conflitto sindacale!

Gennaro Carotenuto

giovedì 30 settembre 2010

Morales: Importante salvar vida de presidente Correa

Solidarietà con l’Ecuador, solidarietà con l’America latina di fronte al nuovo golpe.

1.49 (commento) Con lo stato d’emergenza proclamato da ore, se nell’ospedale è comprensibile che l’esercito non intervenga, com’è possibile che questo non eviti l’assalto a Ecuador TV?

1.47 Un gruppo golpista sta assaltando in questi momenti la televisione pubblica Ecuador TV. Che dice la SIP? E RSF?

1.30 Ministro della difesa Ecuador. Non possiamo più escludere il blitz militare per salvare la vita del presidente.

1.27 Dopo otto ore CNN ammette che Correa è sequestrato. Adesso manca solo El País di Madrid e qualche mediuccio italiano.

0.54 Secondo Jean Guy Allard a partire dal 2008, ma con precedenti di decenni, la CIA avrebbe penetrato la polizia ecuadoriana e a partire da quell’anno ci sono state ripetute denunce di corruzione di poliziotti ecuadoriani da parte della CIA.

0.44 Lenin Moreno, vicepresidente della Repubblica dell’Ecuador denuncia che c’è un tentativo di assalto alla sede centrale di Alianza País, il partito di Correa, nel centro di Quito.

0.36 Confermato un morto per mano di un poliziotto tra i manifestanti giunti a solidarizzare e liberale il presidente Correa.

0.26 La polizia starebbe occupando case intorno all’ospedale e predisponendosi a resistere continuando il sequestro del presidente Correa per la notte.

0.16 (1/10) Violenza golpista in Ecuador, intervista esclusiva da Quito per Giornalismo partecipativo

23.55 Vittorio Zambardino su Giornalismo partecipativo.

22.35 L’ambasciatrice statunitense alla OEA appoggia il governo Correa e condanna la violazione dell’ordine istituzionale in Ecuador.

22.31 Evo Morales (in viaggio verso Buenos Aires): “è un golpe contro l’integrazione latinoamericana e un golpe contro Unasur con l’appoggio degli Stati Uniti”.

22.23 Il vicepresidente dell’Ecuador Lenin Moreno: la cittadinanza sta andando a liberare il presidente ma la repressione golpista è sempre più dura.

22.19 Stato maggiore esercito ecuadoriano si dichiara leale con il governo Correa ma la situazione del presidente sequestrato dalla polizia è sempre più grave.

22.17 I presidenti democratici latinoamericani sono in viaggio verso Buenos Aires dove questa notte stessa si riunirà UNASUR per discutere di come arginare il golpe in Ecuador.

22.11 Golpista Lucio Gutiérrez: “Correa è difeso da guardie del corpo cubane e venezuelane”.

21.57 Presidente Hugo Chávez: “Ho parlato con Rafael Correa e mi ha confermato di essere sequestrato dalla polizia e di essere disposto a morire”.

21.43 Governo del Brasile: “totale appoggio al Presidente Rafael Correa e alle istituzioni democratiche equadoriane. auspichiamo risposta ferma e coordinata del Mercosur, Unasur e OSA”

21.40 Anche i governi di destra di Cile, Perù, Colombia, condannano energicamente il golpe in Ecuador.21.37 Iniziata a New York la riunione straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani contro il golpe in Ecuador.

21.32 Continuano i lanci massicci di lacrimogeni che impediscono la liberazione di Correa ma sono segnalati anche scontri tra poliziotti leali e golpisti.

21.13 L’esercito ecuadoriano sarebbe leale a Correa ma la polizia impedisce il riscatto del presidente la vita del quale è a rischio.

21.07 Fitto lancio di lacrimogeni impedisce al popolo di avvicinarsi all’ospedale militare dove è sequestrato il Presidente Correa.

21.00 Prima dichiarazione del golpista e uomo della CIA, Lucio Gutiérrez: la fine della tirannia di Correa e vicina. Segnalati lanci intensi di lacrimogeni sulla folla che tenta di liberare Rafael Correa.

Gennaro Carotenuto

lunedì 27 settembre 2010

VENEZUELA: VITTORIA ALLE PARLAMENTARI DEL PARTITO DI CHAVEZ

Il Psuv, Partido socialista unido de Venezuela del presidente Chavez, ha vinto le legislative di ieri nel paese dell'America Latina. Il Psuv ha battuto la Mud, Mesa de unidad democratica, una variegata coalizione che ospita sia gli storici partiti parafascisti della ricca borghesia di destra sia realtà socialdemocratiche unite dal desiderio di porre fine alla Rivoluzione Bolivariana. Al Psuv sono andati 95 dei 165 seggi disponibili, ottenuti conquistando 17 stati su 24; la Mud avrà invece 64 parlamentari. Restano ancora da assegnare 6 seggi, che dovrebbero andare in maggioranza a partiti alleati del Psuv. Per il Consiglio nazionale elettorale di Caracas alle urne si è recato quasi il 70% degli aventi diritto. Chavez mantiene quindi la maggioranza ma perde quella schiacciante dei due terzi dei seggi. Una soglia importante, quella del 66% dei voti, perchè ha consentito ai parlamentari chavisti di spingere sull'acceleratore della modifica in senso bolivariano dei poteri e delle istituzioni chiave dello Stato venezuelano. I media mainstream, El Pais in testa, hanno fatto leva proprio su quest'aspetto. A fare la differenza fra il voto del 2005 e quello del 2010, in realtà, è stato più che altro il comportamento della destra venezuelana, che cinque anni aveva boicottato il voto non presentandosi alle urne e aprendo così la strada al trionfo del Psuv. Chavez aveva comunque annunciato che puntava anche questa volta ad ottenere ai due terzi dei seggi, ossia quei 110 deputati per approfondire il suo progetto socialista. Il mancato cappotto elettorale costringerà ora il Psuv a fare i conti con il gruppo "anti-chavista" della Mud. La rivoluzione bolivariana entra quindi in una nuova fase, disponendo di una solida maggioranza, ma dovrà misurarsi -come tutti gli altri governi sudamericani del cambio- con una forza d'opposizione all'interno del potere legislativo. Il commento di Tito Pulsinelli, collaboratore del sito selvas.org

Hugo Chávez vince ancora in Venezuela



Al momento (3.30 ora di Caracas) i risultati assegnano al Partito Socialista Unitario (PSUV) di Hugo Chávez 96 seggi su 165 nel prossimo parlamento venezuelano. Al cartello delle opposizioni (il MUD, Tavola di Unità Democratica) vanno 64 seggi. A questi si aggiungeranno nelle prossime ore gli ultimi sei seggi. Vanno a partiti minori, almeno due ad un partito di sinistra, a rappresentanti indigeni o sono ancora in ballottaggio tra le due liste maggiori. L’affluenza supera i due terzi degli aventi diritto.

Se queste sono le cifre, la sensazione più importante è che il Venezuela ha vissuto l’ennesima tranquilla giornata democratica lasciandosi alle spalle la polarizzazione feroce degli anni 2002-2005. Tutti gli osservatori hanno rilevato l’estrema tranquillità con la quale il paese ha votato, la regolarità degli scrutini e il fatto che alle tre della mattina di Caracas ci siano risultati pressoché definitivi.

Anche se frastagliata ed eterogenea, e probabilmente incapace di restare insieme, l’opposizione è forte e può finalmente condizionare il governo, che non ha più la maggioranza qualificata, in parlamento. Lo scellerato boicottaggio del 2005 (indotto dal governo Bush e che puntava ad un rovesciamento violento di Chávez dopo il fallito golpe dell’11 aprile 2002) è alle spalle e in pace e democrazia tornerà ad essere rappresentata in parlamento così come governa già in alcuni stati importanti. All’interno della stessa opposizione, lentamente, stanno passando in seconda fila gli estremisti, quelli che hanno sempre puntato al rovesciamento violento del governo, a favore di politici duramente critici ma vincolati a rispettare i processi democratici che, loro malgrado, continuano a premiare la “rivoluzione bolivariana”. Chávez a parole continua ad essere “il demonio”, ma nei fatti queste elezioni hanno dimostrato che anche l’opposizione oramai ritiene possibile e prioritaria una dialettica democratica normale.

Al momento di chiudere questo commento non sono ancora disponibili le percentuali, ma il partito di Chávez vince o pareggia nella maggior parte degli stati e, a Caracas, elegge sette dei dieci deputati. Perde invece duramente in un paio di ricchi stati alla frontiera con la Colombia, lo Zulia e il Táchira, e nell’Anzoátegui. Se nei primi l’opposizione è stata sempre forte, il segnale dell’Anzoátegui non va sottovalutato perché il PSUV soffre per la figura abbastanza compromessa del governatore chavista, Tarek Williams. Ciò dimostra che, a parte il carisma del Presidente, gli elettori venezuelani discernono e castigano o premiano se necessario il partito di Chávez.

Perché vince Chávez, si domanderà allora il pubblico italiano? Dati come quello sulla riduzione delle disuguaglianze, la più forte al mondo secondo l’ONU, non fanno titoli sui giornali ma hanno significato in questi anni piccoli grandi cambiamenti in positivo per milioni di venezuelani che vivevano nel totale abbandono negli anni ’80 e ’90. Testimoniano che, se oggi la maggioranza del paese si riconosce nel progetto bolivariano, al di là delle critiche che possono essere mosse al Presidente e che tanto scaldano in Europa, è perché in questo trovano dignità e progetti che rendono migliore la vita dei più bisognosi.

Il PSUV, fondato nel 2007, alla prima prova con elezioni parlamentari, si è imposto come uno dei partiti più forti dell’intero continente. È una scommessa vinta dal Presidente Chávez, che supera la frammentazione dei primi anni di governo, quando il chavismo era un conglomerato di partiti e movimenti sociali. Il PSUV, però, non ottiene la maggioranza qualificata nel parlamento di Caracas e quindi non potrà più usare decreti legge senza trattare con l’opposizione. È probabilmente un bene perché riconduce anche il processo venezuelano a quella dialettica parlamentare alla quale sono stati sempre vincolati altri paesi, come il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay dove i partiti di centro-sinistra al governo hanno sempre avuto a che fare con opposizioni responsabili.

Sono tutti paesi che, in questi anni, si sono mossi nella stessa direzione del Venezuela: rivalutazione del ruolo dello Stato dopo il neoliberismo dogmatico degli ultimi 30 anni del XX secolo, riduzione della disuguaglianza, integrazione latinoamericana. Tra una settimana si vota per le presidenziali in Brasile. Con ogni probabilità una donna ex guerrigliera, Dilma Rousseff, succederà nella continuità totale a Lula da Silva. Ed è questa, che piaccia o no, la cifra attuale dell’America latina.

Gennaro Carotenuto

domenica 26 settembre 2010

Ucciso il capo militare delle Farc


Il Mono Jojoy è stato ucciso, e con lui qualche decina di guerriglieri. Ma questi contano poco, il pezzo da 90 è lui, il Mono. Il capo militare delle Farc, fatto fuori da un’operazione degna di una guerra al “altissima intensità”, a cui avrebbero preso parte 60 tra elicotteri, aerei caccia, aerei spia, senza contare centinaia di Rambo, superarmati e superaddestrati.

Giubilo in Colombia. Dando per buona l’idea delle Farc come gruppo narco-terrorista, il Mono era il diavolo in persona, implacabile e sanguinario. “Ergo, la pace è più vicina” sono indotti a pensare i colombiani, ed è anche il tono delle news che per un giorno (poi del conflitto colombiano ci si dimenticherà) occupano i giornali.

Niente di più falso. Che la pace sia più vicina lo possono credere quelli che ritengono che in Colombia da mezzo secolo sia in atto un confronto tra democrazia e terrorismo. E lo possono credere quelli che ritengono che un conflitto che dura da mezzo secolo si possa risolvere con una vittoria militare, che vinca uno o che vinca l’altro. Da oggi ne sarà però ancora più convinto il governo Santos, che pure in qualche suo ministero appare diverso da quello Uribe (ad esempio, in quello dell’Agricoltura: l’attuazione del programma del neo-ministro toglierebbe alle Farc buone ragioni per esistere, ma c’è da dubitare che ciò potrà mai accadere). E il conflitto, che fa morti soprattutto tra i civili, andrà avanti. Morto il Mono, sarà sostituito da un altro, com’è stato sostituito Reyes due anni fa, il “ministro degli esteri” della guerriglia. Il colpo per le Farc è duro, ma cosa dimostra? Solo che anche in Colombia la guerra è sempre più asimmetrica, cioè che la distanza dei mezzi a disposizione aumenta di anno in anno. Tutti i grandi colpi inferti alle Farc sono stati attuati dall’aviazione (che le Farc ovviamente non posseggono) e dalla tecnologia nel campo delle comunicazioni. Quindi grandi bombe e grandi orecchie che tutto vedono e tutto ascoltano. Anche in Colombia. Come è stato in Irak, com’è in Afghanistan. Anche là ci sono “terroristi” e democratici, o meglio sanguinari barbari e importatori o spacciatori di democrazia, e anche là sono in atto “guerre asimmetriche”. Eppure quelle guerre le forze della presunta democrazia non le stanno vincendo. Anzi, al contrario sicuramente le stanno perdendo. La Colombia è un paese diverso, dove ad esempio, le televisioni stanno più o meno, come da noi, in ogni casa e baracca. E non come in Irak e tanto meno in Afghanistan, Le guerre moderne sono guerre di bombe, intelligence e propaganda. Nelle quali si vendono bugie e illusioni. Come si fa in queste ore. Ma le guerre di qualunque tipo si vincono a terra, conquistando veramente “il cuore e le menti” della popolazione. Cosa che in Colombia, soprattutto nelle campagne, nelle montagne e anche nelle immense miserabili periferie delle grandi città è ancora un obiettivo lontano dall’essere raggiunto per lo Stato centrale e il suo esercito, capace di operazioni come quello di ieri nel Meta, ma anche, ad esempio, della terrificante pratica dei “falsi positivi” (migliaia di innocenti uccisi consapevolmente per spacciarli per guerriglieri e guadagnare stima internazionale, promozioni, medaglie e licenze premio).

Guido Piccoli

da Gennarocarotenuto.it

venerdì 24 settembre 2010

Venezuela: Domenica si rinnova il parlamento


Domenica 26 settembre si vota in Venezuela per rinnovare il parlamento. Sono 17 milioni le persone che dovranno recarsi alle urne e decidere se confermare o meno la maggioranza attuale, quella del partito socialista unito del Venezuela (Psuv), guidato dal presidente Chavez al potere da dodici anni. Nelle precedenti elezioni parlamentari del 2005 l'opposizione di destra aveva di fatto boicottato le elezioni. Quest'anno la strategia sembra cambiata, dato che le diverse anime antichaviste si sono unite con la speranza di poter ribaltare la rivoluzione bolivariana lanciata da Chavez. Di seguito vi proponiamo la trasmissione realizzata con Alessandro Grandi, della redazione di Peace Reporter e Tito Pulsinelli, nostro corrispondente del Venezuela.

Medici cubani ad Haiti - La solidarietà taciuta



da CubainformacionTV

lunedì 13 settembre 2010

Violenza ovunque in America latina

I media scoprono periodicamente che il peggior vulnus nel Venezuela di Hugo Chávez è non aver saputo affrontare la violenza endemica di una società caotica. E così picchiano duro, soprattutto adesso, in campagna elettorale, facendo intuire perché proprio ora si interessino di violenza a Sabana Grande o perché un morto ammazzato a Chacaito faccia più rumore di dieci o cento cadaveri a San Pedro Sula o a Medellin. L’uso politico dell’informazione sulla violenza contribuisce ad occultare l’uragano che sta mettendo il piombo nelle ali ai molti successi latinoamericani dell’ultimo decennio.

continua a leggere su Gennarocarotenuto.it

sabato 15 maggio 2010

venerdì 26 febbraio 2010

Declaraciones de Lula en La Habana

26 Feb. 2010 - El presidente brasileño, Luiz Inacio Lula da Silva, exigió hoy al mandatario estadounidense Barack Obama el fin del bloqueo a Cuba y elogió la salud del líder revolucionario Fidel Castro, al concluir una visita oficial a la isla.

da Cubadebate

domenica 6 dicembre 2009

Funerali di Victor Jara - Video


Tre giorni di omaggio a Santiago del Cile, al cantautore Victor Jara, ucciso dal regime di Augusto Pinochet pochi giorni dopo il colpo di stato, l’11 settembre 1973. Più di tremila le persone che hanno sfilato per le vie della città. Tra loro anche la vedova di Jara, Joan, e le loro due figlie, Amanda e Manuela. “Oggi il suo corpo, distrutto dalle torture e dalle pallottole, ritornerà alla terra, avvolto nell’amore delle sue figlie e di sua moglie, nell’amore enorme che il suo popolo e il mondo intero gli hanno espresso”. Alla celebrazione anche la presidente del Cile Michelle Bachelet: “Dopo 36 anni Victor può riposare in pace, ma ci sono moltre altre famiglie che vorrebbero poter essere in pace”. I resti di Jara sono stati riesumati a giugno per essere sottoposti a esami medico legali per fare luce sulle circostanze della sua morte, ma i suoi assassini restano impuniti. Il cantautore, che si era sempre dichiarato comunista, all’epoca aveva 40 anni e fu arrestato qualche ora dopo il golpe contro Salvador Allende con altre cinquemila persone. Fu detenuto allo stadio del Cile a Santiago, usato come campo di concentramento dal regime, dove venne torturato prima di essere trucidato con 44 colpi di arma da fuoco. Nel 2003 quello stesso stadio gli fu intitolato. Copyright © 2009 euronews\

da pdcitv

venerdì 4 dicembre 2009

Di lutto vestono gli eroi - Video

Il I° Marzo 2008 l'esercito colombiano bombarda l'accampamento diplomatico del comandante delle Farc-EP Raùl Reyes, situato nella regione di Sucumbios in Ecuador, con l'intento di far fallire l'intercambio Umanitario dei prigionieri di guerra e la liberazione della franco-colombiana Ingrid Betancourt.

Il leader insorgente viene assassinato insieme a 15 guerriglieri ed a 4 studenti messicani che si trovavano lì per realizzare studi accademici.

Questo video smaschera tutte le menzognere dichiarazioni fatte dal governo colombiano sull'operativo criminale organizzato in piena violazione del Diritto Internazionale e violando la sovranità dello Stato vicino.


UN SUDAMERICA SEMPRE PIU' SPEDITO VERSO IL BOLIVARISMO - AUDIO

Vi proponiamo l'interessante analisi di tito Pulsinelli, nostro collaboratore da Caracas, esperto conoscitore delle realtà autonome latinoamericane. Con lui parliamo della quasi certa rielezione di Evo morales alla presidenza della Bolivia nelle elezioni di domenica, dell'elezione di "Pepe" Mujica in Ururguay, delle elezioni truffa in Honduras e delle ultime vicissitudini venezuelane, con la nazionalizzazione di due piccoli istituti di credito decisi dal Presidente Ugo Chavez.