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parte 2
parte 3
Menzogne, Luoghi comuni e falsità sul sistema politico di Cuba. Analisi del talk show "Pasalo" della televisione pubblica basca (Euskal telebista).
ItaliaCubaNapoli
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giovedì 10 marzo 2011
venerdì 11 febbraio 2011
FIAT Pomigliano: NewCo, Old Slaves
FIAT Pomigliano: NewCo, Old Slaves from radioazioni on Vimeo.
28 gennaio, Sciopero Fiom: partecipazione e voglia di sciopero generale!
Le manifestazioni, in particolare, si sono svolte dove ci sono stabilimenti del gruppo Fiat (Torino, Cassino, Pomigliano, Termini Imerese, Melfi e Lanciano) e di aziende in cui sono in corso lotte per difendere i posti di lavoro. Molto alta la partecipazione nello stabilimento Fiat di Cassino, dove mai era successo che uno sciopero della sola Fiom ottenesse un'adesione del 70%. Nello stabilimento frusinate del Lingotto lavorano quasi 4.500 operai. Le piazze di tutta Italia sono state luogo di unità tra operai, studenti e realtà politiche e sociali, tutti unti sotto l'insegna del no al metodo Marchionne e Gelmini e alla richiesta di Sciopero Generale.
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martedì 25 gennaio 2011
venerdì 14 gennaio 2011
La storia si ripete: il mondo non deve sapere che il 40% delle cure mediche contro il colera ad Haiti è fornito da Cuba
martedì 11 gennaio 2011
DEMOCRAZIA SCONFINATA
Democrazia Sconfinata from Danilo Licciardello on Vimeo.
Autori: Ornella Bellucci Danilo Licciardello
Regia Danilo Licciardello
per organizzare proiezioni o richiedere il dvd scrivere a democraziasconfinata@gmail.com
Nella grande fabbrica italiana esistevano ed esistono veri e propri reparti confino.
Sono officine fittizie, spesso lontane dal cuore produttivo degli stabilimenti in cui le proprietà ciclicamente confinano lavoratrici e lavoratori scomodi, perché iscritti al sindacato, perché insubordinati.
Si tratta di ambienti insalubri in cui i lavoratori sono costretti all'ozio, al non lavoro. In questi "non luoghi" anche la democrazia appare sospesa e confinata.Il documentario si propone di attraversarli, dando la voce ai "confinati".
Sullo sfondo i mali che oggi affliggono il lavoro nella grande fabbrica italiana, con il pesante carico di morti, infortuni, malattie professionali e inquinamento ambientale.
Proviamo ad affrontare questi temi, anche con rappresentanti del mondo sindacale e accademico. Tra gli altri incontriamo l'avvocato Bianca Guidetti Serra, i magistrati Raffaele Guariniello e Francesco Sebastio, Il sociologo Aris Accornero, gli storici Roberto Nistri e Gian Giacomo Migone, il giornalista Gabriele Polo.
La voce degli operai dell'Osr è di Fabrizio Gifuni.
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mercoledì 15 dicembre 2010
Marco Travaglio, Repubblica, Fatto Quotidiano. Perchè non vi impiccate?
Durante il tg7 di martedì sera Marco Travaglio si è intrattenuto, bontà sua, a parlare dei manifestanti di Roma. Giusto per dare, letteralmente, del "demente" a chi è sceso in piazza nel pomeriggio. E' chiaro che gente come Travaglio ha un ruolo quando le piazze sono silenziose e il protagonismo politico passa a chi, in televisione, fa tanto l'onesto nei salottini digitali tra uno spot pubblicitario e un servizio lacrimevole. E' da comprendere la preoccupazione di Marco Travaglio: quando la politica passa in mano ai protagonisti collettivi per gente come lui c'è il rischio di tornare ai tempi in cui faceva il garzone di Indro Montanelli. Travaglio è un buon cronista e ha anche senso dell’umorismo. Ma il suo è un mondo molto ristretto. Si divide tra notizie di interesse per la magistratura e notizie che non interessano agli inquirenti. Tutto quello che non è interessante per la magistratura per Travaglio non ha valore. Quando si dice pensare con il codice penale tatuato nella mente. Di qui un’idea di società altrettanto ristretta. Fatta di giudici, di avvocati, di giornalisti, di testimoni e di pubblico che assiste in aula o in televisione. Tutto ciò che non appartiene a questo mondo, per Marco Travaglio, è “demente”. Con questo metro di giudizio per Travaglio sarebbe risultato demente anche Thomas Jefferson figuriamoci gli studenti o, orrore, i comunisti. Ma lo comprendiamo, un mondo rischia di finire e nessuno lascia la ribalta volentieri. Stesso rischio corso da due organi della disinformazione di centrosinistra. Repubblica e Fatto quotidiano.
Cominciamo dal quotidiano diretto da Ezio Mauro. Repubblica, rispetto ai movimenti, gode di un periodo di accumulazione di infamia originaria. Ci riferiamo alla fine degli anni settanta quando si trattava di dire ai giovani di allora che la politica di massa non aveva senso, che i movimenti erano dispersi o che avrebbero imboccato la via perdente del terrorismo. L’unica strada da percorrere, nel frattempo che i giovani di allora si trasformavano in lettori del quotidiano, era quella di mettersi una cravatta, votare e sperare nel mercato. Da trenta anni a questa parte la linea sui movimenti di Repubblica è questa. Per ogni movimento che sfugga alla regola “diventi grande se ti metti una cravatta e speri nel mercato” c’è pronto un colossale lavoro di disinformazione, banalizzazione, criminalizzazione. C’è anche la pratica del lavoro preventivo. Appena nasce un movimento Repubblica annuncia “non è il ‘68”. Per indirizzare i giovani ad essere pragmatici, a non contestare i ricchi e le istituzioni del mercato anche se queste ti portano allo sfacelo. Nel frattempo i peggiori affamatori del paese sono stati promossi a modello. Da Ciampi, a Veltroni a D’Alema (che ha fatto pure una guerra supportata dal quotidiano diretto allora da Scalfari che oggi appoggia l’avventura afghana) a Prodi Repubblica non si è persa la propaganda di uno di questi modelli.
Il Fatto Quotidiano, cui parte della redazione proviene da L’Unità (foglio su cui stendiamo un velo pietoso per non scioccare i lettori) rappresenta una versione più adrenalinica di Repubblica. Dove si può anche provare il brivido di entrare non solo negli affari indiscreti del centrodestra ma anche in quelli del centrosinistra. Ma sui movimenti che sfuggono alle loro categorie la linea è unica. Si tratta di dementi, per dirla alla Travaglio. E cosa può essere un demente se non un soggetto manipolabile? Ecco allora che, su Repubblica e sul Fatto, dopo il riot di martedì fioriscono foto ed ipotesi sulla presenza di infiltrati nel corteo di Roma. Ecco servito un movimento: si parla di lui perché composto di dementi ed infiltrati. Immancabile l’esaltazione del coro delle voci bianche che condanna ogni violenza e manipolazione. Un gruppo semiclandestino di studenti del PD è stato infatti elevato da Repubblica a tribunale di condanna delle “violenze” avvenute nella giornata di martedì. Ecco quindi che il PD chiede a viva voce una relazione del ministro degli interni sugli infiltrati. Il vero obiettivo qui non è il governo, che avrà vita facile (grazie ai media) nel rispondere, ma i manifestanti di Roma. Più si parlerà di infiltrati più le persone reali presenti a Roma finiranno nell’ombra o rappresentate come deboli e manovrabili da poteri occulti. E’ l’unico modo per dare una certa legittimità a partiti liberisti estremisti (come il PD) o populisti che campano abusando la credulità popolare (come l’IDV di Di Pietro) delegittimando i movimenti tacciandoli di demenza come anticamera dell’essere facilmente manipolabili. Ovviamente dal nemico che, tramite gli infiltrati, fa quello che vuole. E così, affermando sottotraccia che i movimenti fanno il gioco di Berlusconi, il gioco si vorrebbe chiuso.
Ma, cari Travaglio, Repubblica e Fatto Quotidiano vi siete mai guardati allo specchio? In qualche lustro di battaglie, condotte con i vostri metodi, contro Berlusconi qualcuno ha cavato un ragno dal buco? A parte gli assegni che hanno riempito i vostri conti correnti bancari, s’intende.
In anni di giaculatorie sul conflitto di interessi, sulla legge elettorale, sulle infinite ricostruzioni dei pentiti, su sgangherati racconti parapolizieschi avete mai eroso il consenso del berlusconismo? Ovviamente no. Ecco ora lasciate spazio al protagonismo della piazza, fatta di gente reale, di giovani che lottano per un futuro, che le vostre cronache di palazzo servono solo ai consumatori di gossip. Si comprende come sia dura lasciare il protagonismo di un mondo che si riteneva immutabile, con le masse silenziose ed inerti. E se tutto ciò non vi piace allora perché non provate ad impiccarvi?
Per un suicida gli storici trovano sempre la pietà di un supplemento di memoria. Potrebbe essere una soluzione. Perché i prodotti di scarsa qualità che vendete di memoria ne lasceranno poca. Oltre alla sconfitta rischiate quindi anche l’oblio. Un gesto alla Mishima potrebbe quindi un’ottima soluzione per lasciare qualche traccia. Ma, per carità, lasciate stare i movimenti. Quelli lottano per la vita non, come voi, per posizionarsi meglio nelle tramissioni della chiacchiera politica, noia digitale eletta impropriamente a pubblica opinione.
per Senza Soste, Bill Shankly
15 dicembre 2010
Cominciamo dal quotidiano diretto da Ezio Mauro. Repubblica, rispetto ai movimenti, gode di un periodo di accumulazione di infamia originaria. Ci riferiamo alla fine degli anni settanta quando si trattava di dire ai giovani di allora che la politica di massa non aveva senso, che i movimenti erano dispersi o che avrebbero imboccato la via perdente del terrorismo. L’unica strada da percorrere, nel frattempo che i giovani di allora si trasformavano in lettori del quotidiano, era quella di mettersi una cravatta, votare e sperare nel mercato. Da trenta anni a questa parte la linea sui movimenti di Repubblica è questa. Per ogni movimento che sfugga alla regola “diventi grande se ti metti una cravatta e speri nel mercato” c’è pronto un colossale lavoro di disinformazione, banalizzazione, criminalizzazione. C’è anche la pratica del lavoro preventivo. Appena nasce un movimento Repubblica annuncia “non è il ‘68”. Per indirizzare i giovani ad essere pragmatici, a non contestare i ricchi e le istituzioni del mercato anche se queste ti portano allo sfacelo. Nel frattempo i peggiori affamatori del paese sono stati promossi a modello. Da Ciampi, a Veltroni a D’Alema (che ha fatto pure una guerra supportata dal quotidiano diretto allora da Scalfari che oggi appoggia l’avventura afghana) a Prodi Repubblica non si è persa la propaganda di uno di questi modelli.
Il Fatto Quotidiano, cui parte della redazione proviene da L’Unità (foglio su cui stendiamo un velo pietoso per non scioccare i lettori) rappresenta una versione più adrenalinica di Repubblica. Dove si può anche provare il brivido di entrare non solo negli affari indiscreti del centrodestra ma anche in quelli del centrosinistra. Ma sui movimenti che sfuggono alle loro categorie la linea è unica. Si tratta di dementi, per dirla alla Travaglio. E cosa può essere un demente se non un soggetto manipolabile? Ecco allora che, su Repubblica e sul Fatto, dopo il riot di martedì fioriscono foto ed ipotesi sulla presenza di infiltrati nel corteo di Roma. Ecco servito un movimento: si parla di lui perché composto di dementi ed infiltrati. Immancabile l’esaltazione del coro delle voci bianche che condanna ogni violenza e manipolazione. Un gruppo semiclandestino di studenti del PD è stato infatti elevato da Repubblica a tribunale di condanna delle “violenze” avvenute nella giornata di martedì. Ecco quindi che il PD chiede a viva voce una relazione del ministro degli interni sugli infiltrati. Il vero obiettivo qui non è il governo, che avrà vita facile (grazie ai media) nel rispondere, ma i manifestanti di Roma. Più si parlerà di infiltrati più le persone reali presenti a Roma finiranno nell’ombra o rappresentate come deboli e manovrabili da poteri occulti. E’ l’unico modo per dare una certa legittimità a partiti liberisti estremisti (come il PD) o populisti che campano abusando la credulità popolare (come l’IDV di Di Pietro) delegittimando i movimenti tacciandoli di demenza come anticamera dell’essere facilmente manipolabili. Ovviamente dal nemico che, tramite gli infiltrati, fa quello che vuole. E così, affermando sottotraccia che i movimenti fanno il gioco di Berlusconi, il gioco si vorrebbe chiuso.
Ma, cari Travaglio, Repubblica e Fatto Quotidiano vi siete mai guardati allo specchio? In qualche lustro di battaglie, condotte con i vostri metodi, contro Berlusconi qualcuno ha cavato un ragno dal buco? A parte gli assegni che hanno riempito i vostri conti correnti bancari, s’intende.
In anni di giaculatorie sul conflitto di interessi, sulla legge elettorale, sulle infinite ricostruzioni dei pentiti, su sgangherati racconti parapolizieschi avete mai eroso il consenso del berlusconismo? Ovviamente no. Ecco ora lasciate spazio al protagonismo della piazza, fatta di gente reale, di giovani che lottano per un futuro, che le vostre cronache di palazzo servono solo ai consumatori di gossip. Si comprende come sia dura lasciare il protagonismo di un mondo che si riteneva immutabile, con le masse silenziose ed inerti. E se tutto ciò non vi piace allora perché non provate ad impiccarvi?
Per un suicida gli storici trovano sempre la pietà di un supplemento di memoria. Potrebbe essere una soluzione. Perché i prodotti di scarsa qualità che vendete di memoria ne lasceranno poca. Oltre alla sconfitta rischiate quindi anche l’oblio. Un gesto alla Mishima potrebbe quindi un’ottima soluzione per lasciare qualche traccia. Ma, per carità, lasciate stare i movimenti. Quelli lottano per la vita non, come voi, per posizionarsi meglio nelle tramissioni della chiacchiera politica, noia digitale eletta impropriamente a pubblica opinione.
per Senza Soste, Bill Shankly
15 dicembre 2010
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mercoledì 1 dicembre 2010
mercoledì 13 ottobre 2010
Genova, l’Italia scopre la Serbia undici anni dopo averla bombardata
La telecronaca dal campo di Italia-Serbia di ieri è destinata a passare agli archivi come un documento sull’impossibilità dei giornalisti sportivi a commentare fatti che avvengono negli stadi. Esilarante la gaffe in diretta sul saluto dei giocatori serbi ai loro tifosi, saluto fatto nel tentativo di calmarli e di farli sentire dalla loro parte. I giocatori della Serbia hanno salutato infatti, con un fare molto timido e tipico di chi teme che gli arrivi addosso un oggetto contundente, col gesto tradizionale dell’esposizione delle tre dita. Che è il gesto storico del nazionalismo serbo e indica fedeltà a dio, alla patria e allo zar (quello moscovita, in nome dell’alleanza panslava). Dalla postazione della Rai è partito, senza pensarci un attimo, un commento che voleva il gesto delle tre dita come il timore espresso verso lo 0-3 a tavolino che sarebbe costato alla squadra che avrebbe provocato la sospensione della partita. Dallo studio Rai hanno capito la portata della gaffe, è come dire ad una cerimonia ufficiale che il saluto a pugno chiuso è preludio ad un cazzotto, e dopo un’oretta hanno fatto correggere in diretta il commento dei due giornalisti.
Quest’episodio è rivelatore di qualcosa di più di una semplice gaffe. L’Italia sta infatti scoprendo la Serbia undici anni dopo averla bombardata. Sempre, ammesso, e non concesso, che gli italiani si ricordino di aver bombardato la Serbia. Questa società ha infatti tratti orwelliani per cui il ricordo collettivo del passato sembra in preda ad una sindrome di Korsakoff, dove i vuoti di memoria vengono riempiti con costruzioni talvolta fantastiche talvolta deliranti, rigidamente governata dai media generalisti.
La società serba è invece in preda ad altro genere di convulsioni, tipiche di un sistema sociale che dopo dieci anni di guerra civile, dieci di stagnazione economica sta cercando di entrare nei canoni della piena compatibilità al mondo liberista europeo. Quello che abbiamo visto nelle strade di Genova è un fenomeno di rigetto di questo tentativo di immettere liberismo puro nella società serba da parte del potere locale. E qui ci sono frizioni interne tali che gli stessi serbi, pur essendo in trasferta, non hanno cercato contatto vero con i tifosi italiani. Hanno infatti scelto la platea internazionale, quella meglio connessa per i media, per lanciare meglio messaggi locali.
E, a parte qualche negozio che ha avuto la sfortuna di trovarsi sul loro passaggio, hanno rivolto la loro contestazione soprattutto ai giocatori della propria squadra lanciando ogni genere di messaggio ad uso interno. Un paio di striscioni in italiano, compreso uno sul Kosovo, ricordavano la loro presenza nel nostro paese. Ma nel complesso, considerando che l’Italia nel recente passato ha bombardato la Serbia, ci hanno quasi ignorati.
E, a parte qualche negozio che ha avuto la sfortuna di trovarsi sul loro passaggio, hanno rivolto la loro contestazione soprattutto ai giocatori della propria squadra lanciando ogni genere di messaggio ad uso interno. Un paio di striscioni in italiano, compreso uno sul Kosovo, ricordavano la loro presenza nel nostro paese. Ma nel complesso, considerando che l’Italia nel recente passato ha bombardato la Serbia, ci hanno quasi ignorati.
Genova è stato così il set, come accade nelle società della comunicazione globale, per questioni puramente serbe. Di uno stato che ha ancora decine di migliaia di sfollati, retaggio delle guerre degli anni ’90, e che sta attraversando una ristrutturazione economica e finanziaria dovuta al fatto che si è candidata ad entrare nell’Ue. Aprendo una dialettica, di fatto, tra “occidentalisti” e “puramente serbi” che rappresenta una maschera farsesca e trasfigurata dei drammi sociali di quel paese. Colpisce, in questo contesto, vedere giovani serbi fare il saluto romano. Si tratta pur sempre di una terra che, dalle invasioni naziste e fasciste, ha ricavato centinaia di migliaia di vittime. Ma il neonazismo serbo, come quello russo, ricorda quello degli skins inglesi a cavallo degli anni ’70 e ’80. L’assunzione identitaria, isterica, paradossale e desiderosa di assumere l’aura della potenza stracciona degli ultimi, tipica di chi sente addosso il fallimento di un modello sociale e cerca la prima soluzione disponibile per reagire. Qualunque sia questa soluzione. Che qui viene fuori secondo canoni a volte incomprensibili per chi non ha immediata dimestichezza con la cultura slava.
Di fronte all’attraversamento in Italia di questi fenomeni le risposte sono tipiche di un paese che non sa e non vuole capire, che non è in grado di affrontare positivamente alcuna conseguenza dei drammi del mondo contemporaneo. Prima però è utile comprendere che la polizia a Genova, città che ormai ha un proprio significato fatale, ha fatto capire che non è in grado di affrontare tifoserie che non corrispondano a comportamenti come delineati nel modello Maroni-Amato. Che è un modello che, in corrispondenza con le ristrutturazioni interne e i tagli agli organici, prevede una selezione a monte delle tifoserie intenzionate a venire in trasferta (Daspo indiscriminato, tessera del tifoso, proibizioni del Casms) per poter concentrare e specializzare le residue forze su ciò che arriva a valle.
I serbi arrivati a Genova sfuggivano completamente a questo modello mostrando così come i dispositivi di polizia italiani contemporanei funzionino meglio soprattutto sul piano preventivo. Ma stavolta i problemi erano tutti sul campo. Quando ai dispositivi di comunicazione tra istituzioni nei momenti di crisi merita riportare la telefonata del sindaco di Genova, così come è stata raccolta dal Secolo XIX, al questore della città ligure. Il sindaco PD, sempre in piedi dopo uno scandalo niente male sulla questione degli appalti delle mense nelle scuole, si è lamentato prontamente con il questore perché i serbi avevano fatto scritte sul muro del comune di Genova.
Quindi, nelle prime ore calde di ieri, le istituzioni ufficialmente temevano la messa a ferro e fuoco della città ma di fatto discutevano di scritte sui muri. Tanto per far vedere come la politica spettacolo sulla microcriminalità, alla quale è stato affrancato il graffitismo, è l’unico metro di misura con il quale le istituzioni valutano sé stesse e la propria affidabilità. Anche in momenti di emergenza e con i barbari alle porte.
Quindi, nelle prime ore calde di ieri, le istituzioni ufficialmente temevano la messa a ferro e fuoco della città ma di fatto discutevano di scritte sui muri. Tanto per far vedere come la politica spettacolo sulla microcriminalità, alla quale è stato affrancato il graffitismo, è l’unico metro di misura con il quale le istituzioni valutano sé stesse e la propria affidabilità. Anche in momenti di emergenza e con i barbari alle porte.
Il giorno successivo i media italiani hanno mostrato la cattura del grizzly, il serbo incappucciato e vestito di nero che istantaneamente è diventato l’icona di tutte le tifoseria di destra del pianeta, come spettacolo riparatorio per quanto avvenuto il giorno precedente. Un tg non si è nemmeno risparmiato di mandare in onda le urla di giubilo dei poliziotti all’arresto. Proprio come per la caccia all’orso. Del resto i media sono l’unico elemento in grado ad oggi di assicurare la coesione sociale complessiva. E’ significativo che lo facciano efficacemente, al di là delle retoriche sulla sicurezza e sull’efficienza di polizia, quando usano codici di spettacolo mediale del tutto neotribali.
C’è da chiedersi cosa resterà della giornata genovese. Sicuramente la vicenda peserà nel comportamento della polizia nei confronti delle tifoserie italiane. Nella ricostruzione di qualsiasi incidente del prossimo periodo non mancherà mai, nei media, il richiamo a quanto accaduto a Genova. Per mantenere un più generale “allarme tifoserie” favorendo così la ristrutturazione delle tattiche di polizia dal confronto sul campo alla prevenzione, da valle a monte. Finendo così per congelare, se non peggio, ogni questione riguardante i diritti civili delle tifoserie. Per quanto riguarda la sinistra invece la vicenda di Genova rappresenta la tanto invocata manna dal cielo a conferma dei peggiori, confortevoli pregiudizi. Il miglior spot, girato su una pluralità di piattaforme mediali, per questa conferma è il saluto romano dell’hooligan serbo riprodotto incessantemente appena si apre un tg o richiamato su youtube. Icona che serve, a sinistra, per confermare il pregiudizio, totalmente errato, sulla attuale cultura ultras come fenomeno di destra. Sarebbe come dire che tutti i partiti politici sono fascisti perché il fascismo aveva fondato un partito. Ma tanto basta ad una sinistra che, dalla separazione con la società, cerca ancora di ricavare qualche voto sfruttando qualche fantasma metropolitano. In fondo sono praticamente tutti in giro quegli esponenti della sinistra che, adeguandosi alle direttive della Nato, fecero bombardare la Serbia. E quelli esponenti della sinistra che allora non erano d’accordo, dopo qualche anno, presero il presidente del consiglio responsabile di quella strage e lo nominarono ministro degli esteri. Passeranno anche loro.
Nel frattempo facciamoci due risate con l’inviata del Tg2 che ha presidiato un vetro incrinato, l’unico visibile nello stadio di Marassi, e ci ha ricamato sopra un lungo servizio sulla violenza degli hooligan serbi. C’è proprio da chiedersi quali misure politiche riuscirebbero a scatenare i media di oggi in caso di scontri provocati da tifoserie come quella del Leeds dopo la finale di coppa dei campioni a Parigi del maggio del 1975. Quanto ad un nuovo Heysel, pare certo, oggi sarebbe usato persino per legittimare un intervento militare in Pakistan.
per Senza Soste, nique la police
per Senza Soste, nique la police
venerdì 1 ottobre 2010
lunedì 27 settembre 2010
Assalto al Cielo - Concerto 24 Grana - 25/9/2010
Assalto al Cielo - Concerto 24Grana - 25settembre10 by a_de_beat
La festa di assalto al cielo per avviare il progetto di una tv comunitaria e no-profit sul digitale terrestre in Campania.
Radio Di Massa
La festa di assalto al cielo per avviare il progetto di una tv comunitaria e no-profit sul digitale terrestre in Campania.
Radio Di Massa
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venerdì 24 settembre 2010
giovedì 23 settembre 2010
L'intervista di Larry King a Mahmoud Ahmadinejad sulla CNN
E’ appena andata in onda sulla CNN l’intervista di Mahmoud Ahmadinejad realizzata da Larry King, in occasione della visita annuale alle Nazioni Unite del presidente iraniano. Contrariamente a quanto avvenuto l’anno scorso, quando King aveva intervistato Ahmadinejad cercando di restare super partes, in questa occasione il conduttore della CNN ha scelto di indossare chiaramente i panni dell’americano, attaccando il presidente iraniano in modo diretto e univoco, su tutte le questioni più importanti attualmente in discusione. In questo modo ha permesso ad Ahmadinejd di ribattere colpo su colpo, finendo per non concedere a King nemmeno un punto in tutta la partita.
Quando King ha chiesto di trattare in modo compassionevole i “turisti” americani che erano sconfinati per sbaglio in Iran un anno fa, Ahmadinejad ha risposto che la sicurezza nazionale viene prima di ogni altra cosa, e che gli Stati Uniti non si sarebbero certo comportati in modo diverso dal loro, in un caso simile.
Quando King ha chiesto notizie su un agente dell’FBI scomparso tre anni fa in Iran, Ahmadinejad ha risposto con tagliente ironia che “dovrebbe essere l’FBI a fare più attenzione a dove vanno a finire i suoi uomini.”
Quando King ha detto che “il mondo è preoccupato per la possibilitò che l’Iran venga in possesso di armi atomiche”, ...
... Ahmadinejad gli ha chiesto “che cosa intende esattamente, per ‘il mondo’?” E poi ha aggiunto, con il solito sorriso sornione: “A me risulta che il mondo sia molto grande, e che ci siano moltissimi paesi che non solo non si preoccupano affatto di questa eventualità, ma che vedono addirittura con favore lo sviluppo pacifico dell’energia atomica in Iran”.
Costretto a ridurre la sua definizione di “mondo” a Stati Uniti ed Israele, King si è sentito rispondere “E perchè mai noi dovremmo farci carico di tranquillizzare questo signor Netaniahu? Chi è costui, per meritare così tanta attenzione da parte nostra?” E poi ha aggiunto: “Anzi, a quel che ne so io Netaniahu è un criminale professionista, che ha uccisio decine di migliaia di civili innocenti, e che andrebbe processato davanti ad un tribunale internazionale. Invece voi siete qui a chiederci di farlo dormire tranquillo di notte”.
E quando King ha provato ad insistere sulla faccenda del rischio atomico, si è sentito rispondere che “la bomba atomica è l’arma più orribile di questo mondo. Non solo l’Iran non ce l’ha e non intende costruirla, ma bisognerebbe piuttosto disarmare al più presto chi la possiede, ovvero gli Stati Uniti e Israele. Sono loro a mettere per primi a repentaglio la sicurezza mondiale, mentre accusano gli altri di farlo.”
King a quel punto si è salvato in angolo, chiamando la pubblicità.
Nel segmento successivo King ha deciso di attaccare Ahmadinejad sul fronte dei diritti umani, accusandolo di non permettere le libere proteste in Iran. Per tutta risposta Ahmadinejad gli ha ricordato che poco tempo fa, a Pittsburgh, la polizia ha selvaggiamente caricato i dimostranti che protestavano contro il G8. “E lei mi vorrebbe dire – ha chiesto Ahmadinejad alla fine - che in America invece c’è la libertà di protestare?”
“Ma noi non li mettiamo in prigione!” ha provato a replicare King. “Ah no? – lo ha deriso Ahmadinejad – mi vuole forse dire che gli oltre 2 milioni e mezzo di cittadini attualmente in prigione in America sono tutti assassini, criminali o spacciatori di droga?”
A quel punto King ha pensato bene di ripiegare su quello che riteneva il suo asso nella manica, ovvero la famosa donna iraniana condannata alla lapidazione, ma anche in questo caso gli è andata male. Ahmadinejad gli ha risposto serafico che “prima di tutto la condana definitiva non è ancora stata emessa. In secondo luogo, quella della lapidazione è una storia falsa, inventata di sana pianta da un giornalista tedesco, e ripresa subito da tutti i media occidentali.”
Che fosse vero o no, King non ha saputo replicare, e anche in questo caso ha invocato la pubblicità.
Il terzo round è stato dedicato da Larry King ai rapporti con gli USA e alle sanzioni internazionali. Alla frase di King “Hillary Clinton ha detto che l’Iran sta soffrendo pesantemente per le sanzioni internazionali”, Ahmadinejad non ha saputo trattenere una mezza risata, e ha risposto che loro sono talmente abituati alle sanzioni, che incombono sull’Iran da circa 30 anni, che ormai non ci fanno più caso. “Anzi – ha aggiunto Ahmadinejad – tutte queste sanzioni hanno finito per stimolare la nostra fantasia, portandoci a trovare soluzioni sempre più nuove e produttive per la nostra economia. Piuttosto – ha aggiunto, diventando improvvisamente serio – mi spiega perchè gli Stati Uniti si permettono di applicare all’Iran sanzioni molto più gravi di quelle autorizzate ufficialmente dalle Nazioni Unite? Tutto questo non è illegale forse?”
Pubblicità.
L’ultimo round non poteva che essere dedicato ad Israele, e King è partito all’attacco, dicendo ad Ahmadinejad che “Fidel Castro di recente l’ha criticata per non saper riconoscer il giusto ruolo dell’antisemitismo nel mondo”.
“Guardi – ha replicato Ahmadinejad serafico – proprio ieri ho ricevuto un messaggio da Fidel Castro, il quale mi diceva che di non aver mai pronunciato quella frase. Le sue dichiarazioni sono state completamente distorte, come al solito, dalla stampa occidentale”. Mentre King barcollava, Ahmadinejad ne ha approfittato per contrattaccare: “Piuttosto, mi dica lei, perchè gli Stati Uniti continuano a proteggere e ad aiutare in modo così plateale lo stato di Israele?"
Fingendo ovvietà, King ha risposto: “Perchè sei, sette milioni di loro sono stati uccisi durante l’olocausto, noi siamo un paese umanitario, e li vogliamo aiutare”.
“Ah sì? – ha replicato Ahmadinejad con sarcasmo – davvero quello è il motivo? Allora lei vuole dire che, poichè è appena stato ucciso un milione di iracheni, i sopravvissuti hanno diritto di venire ad esempio in America, e costruire qui la loro nazione?”
King non sapeva più dove aggrapparsi, ma Ahmadinejad non gli ha dato tregua, aggiungendo: “Durante la guerra, se è solo per quello, sono morti 80 milioni di persone. Questo vuol dire che dobbiamo dare una terra a tutti i sopravvissuti di tutte quelle nazioni?”
Insomma, non c’è stato modo per l’esperto giornalista di portare a casa un solo punto per la sua “nazione”. Anzi, talmente esperto è Larry King, e talmente brutta è stata la figura che ha fatto con Ahmadinejad, che viene quasi il dubbio che l’anziano “Mr. Bretella” abbia deciso di immolarsi volontariamente, pur di permettere ad Ahmadinejad di dire cose che nessun altro al mondo ha il coraggio di dire. Lui compreso, probabilmente.
Massimo Mazzucco
da Luogocomune.net
Quando King ha chiesto di trattare in modo compassionevole i “turisti” americani che erano sconfinati per sbaglio in Iran un anno fa, Ahmadinejad ha risposto che la sicurezza nazionale viene prima di ogni altra cosa, e che gli Stati Uniti non si sarebbero certo comportati in modo diverso dal loro, in un caso simile.
Quando King ha chiesto notizie su un agente dell’FBI scomparso tre anni fa in Iran, Ahmadinejad ha risposto con tagliente ironia che “dovrebbe essere l’FBI a fare più attenzione a dove vanno a finire i suoi uomini.”
Quando King ha detto che “il mondo è preoccupato per la possibilitò che l’Iran venga in possesso di armi atomiche”, ...
... Ahmadinejad gli ha chiesto “che cosa intende esattamente, per ‘il mondo’?” E poi ha aggiunto, con il solito sorriso sornione: “A me risulta che il mondo sia molto grande, e che ci siano moltissimi paesi che non solo non si preoccupano affatto di questa eventualità, ma che vedono addirittura con favore lo sviluppo pacifico dell’energia atomica in Iran”.
Costretto a ridurre la sua definizione di “mondo” a Stati Uniti ed Israele, King si è sentito rispondere “E perchè mai noi dovremmo farci carico di tranquillizzare questo signor Netaniahu? Chi è costui, per meritare così tanta attenzione da parte nostra?” E poi ha aggiunto: “Anzi, a quel che ne so io Netaniahu è un criminale professionista, che ha uccisio decine di migliaia di civili innocenti, e che andrebbe processato davanti ad un tribunale internazionale. Invece voi siete qui a chiederci di farlo dormire tranquillo di notte”.
E quando King ha provato ad insistere sulla faccenda del rischio atomico, si è sentito rispondere che “la bomba atomica è l’arma più orribile di questo mondo. Non solo l’Iran non ce l’ha e non intende costruirla, ma bisognerebbe piuttosto disarmare al più presto chi la possiede, ovvero gli Stati Uniti e Israele. Sono loro a mettere per primi a repentaglio la sicurezza mondiale, mentre accusano gli altri di farlo.”
King a quel punto si è salvato in angolo, chiamando la pubblicità.
Nel segmento successivo King ha deciso di attaccare Ahmadinejad sul fronte dei diritti umani, accusandolo di non permettere le libere proteste in Iran. Per tutta risposta Ahmadinejad gli ha ricordato che poco tempo fa, a Pittsburgh, la polizia ha selvaggiamente caricato i dimostranti che protestavano contro il G8. “E lei mi vorrebbe dire – ha chiesto Ahmadinejad alla fine - che in America invece c’è la libertà di protestare?”
“Ma noi non li mettiamo in prigione!” ha provato a replicare King. “Ah no? – lo ha deriso Ahmadinejad – mi vuole forse dire che gli oltre 2 milioni e mezzo di cittadini attualmente in prigione in America sono tutti assassini, criminali o spacciatori di droga?”
A quel punto King ha pensato bene di ripiegare su quello che riteneva il suo asso nella manica, ovvero la famosa donna iraniana condannata alla lapidazione, ma anche in questo caso gli è andata male. Ahmadinejad gli ha risposto serafico che “prima di tutto la condana definitiva non è ancora stata emessa. In secondo luogo, quella della lapidazione è una storia falsa, inventata di sana pianta da un giornalista tedesco, e ripresa subito da tutti i media occidentali.”
Che fosse vero o no, King non ha saputo replicare, e anche in questo caso ha invocato la pubblicità.
Il terzo round è stato dedicato da Larry King ai rapporti con gli USA e alle sanzioni internazionali. Alla frase di King “Hillary Clinton ha detto che l’Iran sta soffrendo pesantemente per le sanzioni internazionali”, Ahmadinejad non ha saputo trattenere una mezza risata, e ha risposto che loro sono talmente abituati alle sanzioni, che incombono sull’Iran da circa 30 anni, che ormai non ci fanno più caso. “Anzi – ha aggiunto Ahmadinejad – tutte queste sanzioni hanno finito per stimolare la nostra fantasia, portandoci a trovare soluzioni sempre più nuove e produttive per la nostra economia. Piuttosto – ha aggiunto, diventando improvvisamente serio – mi spiega perchè gli Stati Uniti si permettono di applicare all’Iran sanzioni molto più gravi di quelle autorizzate ufficialmente dalle Nazioni Unite? Tutto questo non è illegale forse?”
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L’ultimo round non poteva che essere dedicato ad Israele, e King è partito all’attacco, dicendo ad Ahmadinejad che “Fidel Castro di recente l’ha criticata per non saper riconoscer il giusto ruolo dell’antisemitismo nel mondo”.
“Guardi – ha replicato Ahmadinejad serafico – proprio ieri ho ricevuto un messaggio da Fidel Castro, il quale mi diceva che di non aver mai pronunciato quella frase. Le sue dichiarazioni sono state completamente distorte, come al solito, dalla stampa occidentale”. Mentre King barcollava, Ahmadinejad ne ha approfittato per contrattaccare: “Piuttosto, mi dica lei, perchè gli Stati Uniti continuano a proteggere e ad aiutare in modo così plateale lo stato di Israele?"
Fingendo ovvietà, King ha risposto: “Perchè sei, sette milioni di loro sono stati uccisi durante l’olocausto, noi siamo un paese umanitario, e li vogliamo aiutare”.
“Ah sì? – ha replicato Ahmadinejad con sarcasmo – davvero quello è il motivo? Allora lei vuole dire che, poichè è appena stato ucciso un milione di iracheni, i sopravvissuti hanno diritto di venire ad esempio in America, e costruire qui la loro nazione?”
King non sapeva più dove aggrapparsi, ma Ahmadinejad non gli ha dato tregua, aggiungendo: “Durante la guerra, se è solo per quello, sono morti 80 milioni di persone. Questo vuol dire che dobbiamo dare una terra a tutti i sopravvissuti di tutte quelle nazioni?”
Insomma, non c’è stato modo per l’esperto giornalista di portare a casa un solo punto per la sua “nazione”. Anzi, talmente esperto è Larry King, e talmente brutta è stata la figura che ha fatto con Ahmadinejad, che viene quasi il dubbio che l’anziano “Mr. Bretella” abbia deciso di immolarsi volontariamente, pur di permettere ad Ahmadinejad di dire cose che nessun altro al mondo ha il coraggio di dire. Lui compreso, probabilmente.
Massimo Mazzucco
da Luogocomune.net
mercoledì 8 settembre 2010
martedì 25 maggio 2010
India, la resistenza degli ultimi
La famosa scrittrice indiana Arundathy Roy racconta a Democracy Now la guerriglia maoista degli indigeni che vivono nelle foreste dell'India centrale
lunedì 12 aprile 2010
Conferenza stampa di Emergency sul rapimento dei tre operatori italiani
Gino Strada e l'organizzazione italiana si stringono attorno ai tre membri dello staff prelevati in Afghanistan senza alcuna comunicazione ufficiale. "Si mobiliti la società italiana"
da Arcoiris.tv
da Arcoiris.tv
mercoledì 3 marzo 2010
venerdì 26 febbraio 2010
Il Tg1 assolve Mills
L'edizione delle 13,30 del principale telegiornale Rai definisce per ben due volte "assoluzione" l'avvenuta prescrizione del reato di corruzione di cui si è reso colpevole l'avvocato inglese
martedì 23 febbraio 2010
Jamaica Mon Amour
Giamaica 2008. Jamaica mon amour è un viaggio on the road attraverso i luoghi e i rappresentanti della musica reggae, le bellezze e le contraddizioni dell'isola caraibica. Girato in occasione del tour organizzato dal festival europeo di musica reggae Rototom Sunsplash per il 15° anniversario, il film-documentario tocca alcuni dei luoghi più importanti per la storia della musica reggae: luoghi di culto come Nine Miles, il mausoleo di Bob Marley o il Tuff Gong, lo studio in cui incise Bob Marley e che ora appartiene alla moglie Rita Marley, filmando l’ultima incisione di dischi in vinile, passando attraverso le strade più significative per la produzione musicale come Studio One Boulevard e Orange street. Ci porta poi a curiosare nei negozi storici come il Techniques shop, dell'omonima etichetta, fino alle piccole fabbriche artigiane dove ancora si stampa su vinile.
Nel tragitto incontriamo alcuni tra i principali rappresentanti del passato e del presente del reggae come Chris Blackwell, il produttore bianco che ha fatto conoscere Bob Marley al mondo, Rita Marley e Alborosie, rappresentante della musica di oggi, la Ministra della Cultura e tanti altri.
Ma se è vero, come gli stessi protagonisti ci raccontano, che la musica reggae cantava e canta la vita, le sofferenze e le gioie del popolo giamaicano allora non poteva mancare uno sguardo sulla realtà di oggi, le parole dure di chi vive nei ghetti di Kingston, le notti sfrenate delle dance hall, la bellezza della prorompente natura dell'isola.
Jamaica mon amour è un film-documentario per tutti coloro che amano la musica ma vogliono conoscere anche la realtà in cui questa musica nasce e si alimenta.
Intervengono: Chris Blackwell (produttore musicale), Rita Marley (moglie di Bob Marley), Alborosie (misicista), Pier Tosi (giornalista), Gino Castaldo (giornalista), Maria Carla Gullotta (Amnesty International Jamaica), Robert Livingstone (direttore del Big Yard studio), Lampa Dread (One love I-Pawa)
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